E basta con il panda!

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front page of Teen Vogue online

Teen Vogue è una rivista dove trovi cose che non ti aspetteresti di trovare in una rivista palesemente rivolta ad un pubblico di giovani donne. E mai mi sarei avvicinata a Teen Vogue (le riviste per donne non mi sono mai piaciute nemmeno quando giovane lo ero) se non ne avessi sentito parlare in un podcast di giornalismo (mi pare fosse On the Media della WNYC ma mi potrei anche sbagliare).

Quello che rende Teen Vogue diverso dal solito giornale di moda e dal solito giornale per adolescenti sono gli argomenti trattati. Prendo a caso i titoli dalla homepage di oggi: ‘Sette consigli per trovare un equilibrio tra scuola e attivismo’, ‘Studenti in Florida fanno causa contro il governatore Rick Scott per la sua politica ambientale’ e ‘Teste rasate: moda o presa di posizione politica?’ quest’ultimo accompagnato dalla foto di Emma González, la studentessa dalla testa rasata diventata simbolo del movimento contro le armi dopo il massacro della scuola di Parkland.

Chiaro che si parla anche di moda, costumi da bagno e scarpe, ma persino quegli argomenti vengono affrontati con un non so che di radicalmente liberatorio,

così per parlare del vestito per il prom, il ballo di fine anno tipico delle scuole americane, si scrive un articolo che spiega il modo migliore per venderlo online dopo averlo usato; per parlare dell’ultimo disco di Dua Lipa (che immagino sia una cantante popolare tra le teenagers), lo si fa mettendo l’accento sul singolo in cui Dua Lipa spiega alle donne come riconoscere la tossicità di un rapporto e come non ricadere nell’errore di finire a letto con un ex.

Insomma, e non avrei mai creduto di sentirmi dire queste parole, sempre più spesso mi capita di finire su Teen Vogue e di leggere i loro articoli con grande interesse, perché leggendoli ho veramente l’impressione di sentire la voce delle ragazze e non quella di qualche matura redattrice che tiene costantemente un occhio al committente della pubblicità per non scontentare nessuno.

Come ho detto all’inizio, non mi sono mai piaciute le ‘cose per donne’ (riviste, inserti, concorsi ecc.) così come, quando abitavo all’estero, non ho mai visto con simpatia gli eventi artistici riservati alle minoranze perché, questo il mio ragionamento, se un libro, un’opera teatrale, un articolo giornalistico valgono la pena di essere presi in considerazione, il loro dovrebbe essere un valore intrinseco a prescindere dal sesso, dalla nazionalità o dall’etnia dell’autore.

Il fatto è che le cose ‘riservate alle donne’ mi fanno pensare sempre alla campagna per salvare il panda

come se l’essere donna (o minoranza) giustificasse, anzi richiedesse esplicitamente la creazione di contenuti diversi da quelli considerati adatti al pubblico in generale. E se vogliamo spingere l’analisi fino in fondo, allora chiediamocelo: chi è questo pubblico per cui si scrivono i contenuti ‘non-speciali’? Vi lascio a fare i calcoli per vedere chi rimane. Io intanto continuo a godermi il mio piacere segreto della lettura di Teen Vogue.

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