Di chi sono le storie?

Whose story

Ci sono storie che ti seguono per venire fuori. E se resisti (perché pensi che la storia non è tua da raccontare), ti si continuano a buttare addosso ad ogni opportunità, instancabili ed irragionevoli come un amante non corrisposto che continua ad amare a prescindere.  Per alcune storie essere raccontate è l’unico destino possibile, e penso che una di quelle storie mi stia seguendo.

Sono passati tre mesi. Per tre mesi ho aspettato che andasse via. Ho provato ad ignorarla, pensavo magari la dimentico (pensavo male). Ora mi sono decisa a raccontarla, ma ho la sensazione che sia solo l’inizio. Il fatto è che non si tratta nemmeno di una storia, diciamo che è qualcosa che ho visto e che mi ha toccato nei pressi del cuore.

Tre mesi fa ero a Cagliari, dove sono nata. Quell’uomo l’avevo già notato diverse volte ad elemosinare, sporco, magro, con lunghi capelli grigi appiccicosi, vestito di stracci che ormai avevo perso qualsiasi colore. I pantaloni avevano uno strappo lunghissimo che partiva dalla vita ed arrivava fino al fondo, così che ad ogni passo che faceva lo strappo gli si apriva scoprendo la gamba magrissima.

Ero in partenza per tornare in Australia. Partire è sempre triste, lo diventa ogni volta di più. Prima di andare all’aeroporto volevo andare in farmacia per prendere una crema e cercare di fermare l’herpes che mi stava venendo sul labbro. Facevo la discesa del mercato di Santa Chiara, andavo di fretta e non ero di buon umore. Lui era a pochi metri da me che cercava di fermare chi passava per chiedere dei soldi. Ho cercato di non guardarlo in faccia e ho allungato il passo per evitarlo. Ma una volta arrivata alle scale mi sono sentita una cosa dentro, come un dolore e una grande vergogna. Mi sono sentita il cuore pesante, come se la tristezza di quella mattina (la tristezza per la partenza, la tristezza che mi prende ogni volta quando saluto mia madre e non so se quella sarà l’ultima volta, la tristezza che conosce bene chi vive lontano dal luogo in cui è cresciuto) era come se fosse bastato tornare indietro per far sparire tutto.

Mentre tornavo indietro frugavo dentro la borsa per prendere tutti i soldi che riuscivo a trovare. Quando l’uomo mi ha visto correre verso di lui sembrava sorpreso. Mi sono avvicinata e ho preso la sua mano tra le mie e l’ho tenuta per qualche secondo stretta tra le mie. E’ in quel momento che ho notato quella cosa che non vuole lasciarmi in pace e che continua a tornarmi in mente. Il fatto è che le mani di quell’uomo erano bianche, pulitissime e morbide e aveva unghie lunghe e curatissime, immacolate. Così come tutta la sua persona, dai capelli ai piedi scalzi, era lercia e grigia e ruvida, le mani erano candide. Questo dettaglio mi ha lasciato senza parole, tanto che prima di lasciargli la mano mi è uscito uno stupidissimo ed immotivato  please take care in inglese, e lui ha risposto con una voce melodiosa, educata e senza accento “Grazie signora”.

Sono andata via estremamente turbata. Al ritorno dalla farmacia lui non c’era più. Poche ore dopo ero già sull’aereo.

Questo è successo tre mesi fa. Da allora ho ripensato spessissimo alle mani e alla voce di quell’uomo. Continuo a pensare che mi piacerebbe sedermi con lui per parlargli. Ma poi ho paura che la mia sia solo curiosità morbosa e mi chiedo che diritto abbia io di rubare le storie degli altri solo per il gusto di raccontarle, non sarebbe il mio l’ennesimo sfruttamento di chi ha gli strumenti del racconto e, come un vampiro, si ciba delle storie altrui senza lasciare niente in cambio? Chi è che ha il diritto di raccontare le storie, chi le vive o chi le vuole raccontare? Di chi sono le storie, di chi vive o di chi le racconta?

 

 

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